22 May
« La pazienza ha un limite, Pazienza no! »
Domani, venerdì 23 maggio, cade l’anniversario della nascita di Andrea Pazienza, autore che negli anni ‘70 fu tra i protagonisti del rinnovamento del linguaggio fumettistico italiano. Il 16 giugno del 1988 muore improvvisamente a soli 32 anni, forse a causa dell’eroina da cui era riuscito a distaccarsi pochi anni prima. Andrenza, Paz, Spaz, Apaz sono solo alcuni dei modi con cui Andrea Pazienza firmava i suoi disegni. Non è facile raccontarlo. Secondo il giornalista Vincenzo Mollica (con cui non ho alcuna parentela, se ve lo state domandando), "paradossalmente è come cercare di raccontare i fuochi d'artificio o un quadro di Picasso. Improvvisamente ci si accorge di quanto il gioco a incastro delle parole possa essere limitato, di quanto il mistero delle emozioni possa essere indescrivibile". Pazienza era un grande orchestratore di emozioni; la banalità non lo interessava, la parola abitudine non rientrava nel suo vocabolario. Chi ha potuto vederlo disegnare, afferma che era come assistere ad uno spettacolo, sorprendevano la rapidità e l’incisività del suo segno, ma anche la capacità di passare dal dramma alla commedia. Sembrava quasi che la realtà si divertisse a farsi rimodellare da questo disegnatore che sapeva dialogare indifferentemente con la fisicità e l'illusione dell'arte. Una delle parole più usate per definire l'arte di Paz è stata trasgressione. Ha utilizzato l'immagine e la parola in prospettiva quasi barocca, inquieta e inquietante, in un vigoroso incontro di toni e colori genialmente destabilizzanti. Autore di personaggi atipici, come Pentothal, Zanardi e Pompeo (per citarne alcuni); si divertiva a costruire storie intorno a loro, che partivano dal fumetto per poi oltrepassare la fantasia ed espandersi in varie direzioni. Infatti egli affermava che "Zanardi è cattivo come lo può essere un ripetitore Rai", proprio perché questo personaggio in un certo senso fa parte dei nostri giorni, dei sentimenti che accompagnano il nostro scorcio di avventura umana. A ciò aggiungerei solo le parole di Mollica, che lo conosceva bene: "nessuno come lui ha saputo fare della vita una fiaba da raccontare nelle notti in cui ci viene la voglia di riannodare il bandolo della matassa".